Collezione Lucci:

Descrizione

La data del 22 luglio 1981 non può non essere annoverata tra quelle che hanno scandito la storia del Museo Civico di Biella: è il giorno dell’inaugurazione, presso la sede dell’ex Museo Civico di Via Pietro Micca, dell’allestimento dei dipinti della collezione di Enrico Lucci, pervenuti alla Città di Biella a due anni dalla morte di quest’illustre personaggio, biellese d’adozione, ricordato ancor oggi da molti per le numerose azioni filantropiche di cui fu capace, nella sua pur breve vita. Tali opere contribuivano ad arricchire un patrimonio museale già consistente e che doveva le proprie origini alla sensibilità di Quintino Sella, iniziatore delle prime raccolte di “patrie memorie”, seguito poi nei decenni a venire da altri collezionisti e amatori che, donando le proprie collezioni all’istituzione museale cittadina, avevano concorso a valorizzare e conservare la memoria storica e culturale locale. Con la donazione di Enrico Lucci, il Museo Civico di Biella, non solo trovava occasione di accrescere ulteriormente le proprie raccolte, ma acquisiva opere di altissimo livello artistico, uscendo da un contesto meramente locale, in grado di illustrare il panorama artistico nazionale e internazionale della prima metà del Novecento.

Sono in tutto trentotto, sono i dipinti e i disegni che sono pervenuti al museo, frutto di acquisti diluiti in almeno un ventennio. Alcune opere antiche, come il dittico, risalente al XVI secolo, rappresentante un’Annunciazione o il Ritratto di Gentiluomo accostabile alla bottega di Tiziano o ancora la tavola lignea di area biellese con il Miracolo di Santa Caterina, restano casi isolati in una collezione che, passando per l’Ottocento con opere di Giovanni FattoriAntonio Fontanesi e Daniele Ranzoni, si è specializzata sempre più in direzione di quelle espressioni artistiche, sorte in Europa a partire dalla prima metà del Novecento, attraverso veri e propri capolavori delle avanguardie storiche. Espressionismo, futurismo e surrealismo sono infatti ben rappresentati dalle opere di Max Ernst con Mer et soleil, di Giacomo Balla con Linee-forza di paesaggio, di  Renè Magritte con L’epreuve du sommeil, di Marc Chagall con Il tamburino, di Paul Klee con Espressione di un volto II e di Salvador Dalì. E poi ancora, a testimonianza della ricca e preziosa collezione, si possono citare Yves Tanguy con una piccola tela intitolata Sortons!, Fernand Léger con Nature morte à l’aloès , la tempera di Joan Mirò e il Concetto Spaziale di Lucio Fontana.

Enrico Lucci - la vita

Quando il giornale locale “Il Biellese”, l’undici maggio del 1979, divulga la notizia della morte di Enrico Lucci, l’articolista ricorda di averlo visto l’ultima volta la domenica precedente, in occasione di una conferenza stampa all’Ospedale degli Infermi sul problema dell’emodialisi. Il resoconto di quel dibattitto, pubblicato il martedì sullo stesso bisettimanale, era corredato da una fotografia con un Lucci assai smagrito e tirato, che aveva causato una serie di telefonate alla redazione da parte di conoscenti stupiti per l’aspetto provato dell’amico, apparso in salute fino a poco tempo prima. In realtà la malattia colpisce Enrico Lucci in modo fulmineo e devastante, ma senza impedirgli di recarsi nel suo studio di Presidente della struttura ospedaliera fino al giorno precedente la morte. Al di là dei controlli medici milanesi sullo stadio di avanzamento del male, Lucci non aveva fatto altro per curarsi. In fondo, l’avere accettato la realtà del tumore, non cercando, magari all’estero o in cliniche prestigiose, l’estrema possibilità di salvezza, è di per sé un epliogo che riassume il suo modo di rapportarsi alle cose della vita. Egli aveva certamente le possibilità e le conoscenze necessarie per tentare una forse disperata, costosa e quasi certamente inutile cura, ma essendo al vertice di una struttura sanitaria pubblica rifiutava ogni possibile scappatoia. Enrico Lucci nasce quarantanove anni prima, il sedici luglio 1930, in provincia di Parma, a Bardi, città di origine della madre. A Biella si trasferisce l’intera famiglia a seguito del padre, Armando, inizialmente dipendente della società appaltatrice della riscossione del dazio e successivamente ricco daziere con una propria florida società, perennemente in viaggio fra Biella e l’altra piazza, Parma, conservata per ragioni di prestigio. Un’attività redditizia ma certamente faticosa, alla quale anche la madre, Maria Bassi, collabora. Nel tempo libero la donna si dedica ad una serie di attività di beneficenza che la rendono nota presso parecchie istituzioni biellesi, soprattutto l’Asilo Serralunga, di cui diviene presidente. La sua attenzione per i rapporti umani e per le iniziative di solidarietà sono elementi che segnano indelebilmente il figlio, a lei legato da un affetto profondo. Il rapporto fra i due è di intensità unica, tanto da far pensare che la figura materna sia in grado di condizionare la vita affettiva e sentimentale del figlio, che le resterà al fianco in ogni caso, anche rinunciando a qualche cosa di sé.

Lucci si laurea in giurisprudenza all’Università di Torino. Non brucia le tappe, ma si fa onore: subito dopo entra nell’azienda paterna, anche se il lavoro, che pure svolge con scrupolo, non lo appassiona. Il padre, malgrado la floridezza degli affari, continua a corrispondere al figlio uno stipendio fisso, non particolarmente cospicuo, forse per temprarne la volontà e la capacità di evitare gli sprechi. Non farà in tempo a dimostrarsi meno severo almeno nei rapporti di lavoro: perderà la vita in un incidente automobilistico, il venti settembre del 1965, mentre torna da Venezia verso Abano Terme.

Enrico è negli Stati Uniti, da dove rientra di corsa. Il dolore per la perdita è grande, e parecchie sono le preoccupazioni anche dal punto di vista lavorativo. Deve tacitare le voci di coloro che, anche con l’ovvia mira di fargli perdere gli appalti del dazio, lo additano come “figlio di papà”, non troppo abituato alla fatica e quindi potenzialmente incapace di gestire la società. In realtà l’azienda continuerà a marciare bene sotto la sua guida: saranno le decisioni governative, fra il 1972 ed il 1973, a determinare la fine della sua carriera di imprenditore.

Con l’amico Pino, a lui vicino già dall’adolescenza, si interroga sul suo futuro. Accenna al fatto che gli è stato proposto di diventare Presidente dell’Ospedale degli Infermi. Al consiglio che gli viene dato – di trascorrere qualche mese all’anno nei paradisi della Polinesia, per poi passare a qualche località montana alla moda e tornare infine a Biella per dedicare qualche mese almeno ai suoi amici – Lucci scoppia a ridere. L’amico intuisce che la decisione è già stata presa. Ed è comunque chiaro che non ha alcuna intenzione di passare il resto della vita — aveva allora circa 44 anni — a godere della sua fortuna. Sua precisa intenzione è quella di “fare” qualcosa, realizzare qualche progetto, ma di genere diverso da quello dell’impresa pura e semplice. In fondo, la presidenza di un ente complesso, con gravi problemi strutturali oltre che in una fase di grande cambiamento, nel quale scontrarsi con le difficoltà di una gestione fortemente politicizzata ed insieme con gli scogli contrattuali di una categoria sindacalmente molto forte, doveva rappresentare per lui una sfida allettante come uomo d’impresa. Era, nello stesso tempo, la possibilità di dare un significato quanto mai concreto al bisogno personale di solidarietà ed equità sociale.

Nel 1974 diviene Presidente dell’Ospedale con designazione da parte dell’intero Consiglio Comunale di Biella. I cinque anni che seguono sono assai intensi, a tratti frenetici: l’attività svolta a servizio dell’Ospedale diviene il suo vero e proprio lavoro quotidiano. Sono anni in cui la sinergia fra la fondazione Caraccio e la struttura ospedaliera produce una serie di cambiamenti che modificano profondamente l’aspetto fisico, le potenzialità e la qualità di assistenza dell’Ospedale nel suo insieme.

Nel 1977 si colloca un evento che sconvolge Lucci profondamente: è la perdita della madre, figura per molti aspetti ispiratrice e consigliera dell’attività del figlio, il quale, rimasto a vivere da solo nella grande villa di salita dei Cappuccini ove si era trasferito dopo la morte del padre, confessa agli amici di sentirsi spesso drammaticamente solo.

Neppure due anni dopo si manifesteranno in lui i primi sintomi della malattia che sembrerà fatalmente ricollegarsi all’epatite che lo aveva colpito da ragazzo e che a distanza di sei mesi lo porterà alla morte.

Muore nel 1979.

*La collezione Enrico Lucci, a cura di Vittorio Natale, Biella 1997, pp.11-13.

Pittore ispano sardo o ispanico
Angelo annunciante e Vergine annunciata
olio su tavola
1490-1510 ca.
cm 27,5 x 14,2 ciascun elemento

L’angelo annunciante è ritagliato contro un fondo dorato, ornato a punzone con foglie e fiori. La Vergine gode invece di un’ambientazione maggiormente naturalistica, con inginocchiatoio, libro aperto e sullo sfondo un cielo percorso da nuvolette. Nonostante questa diversità non è dubbia l’originaria appartenenza delle due tavolette, oggi accostate all’interno di una cornice moderna, a un medesimo complesso, come indica l’identità delle misure, degli intagli lignei e della fine punzonatura delle aureole dorate. Verosimilmente esse erano parte di un piccolo polittico, nel quale dovevano occupare l’ordine superiore, forse ai lati di uno scomparto centrale. L’importanza ed il carattere decorativo della cornice ad intaglio, basata sulla ricchezza di trafori e dorature sovrapposti alle tavole dipinte, sono tipici dell’area mediterranea.


 

Giovanni Fattori (Livorno 1825 – Firenze 1908)
Lancieri a cavallo
olio su tavoletta
1890-1900
cm 23,5 x 36

Il quadro raffigura due lancieri a cavallo, visti di spalle, sullo sfondo di un muro in luce. In primo piano è posta la strada su cui stazionano i lancieri, strada che il muro costeggia in parte interrompendosi poi nettamente in modo da lasciare vedere, all’estrema destra del dipinto, un orizzonte disegnato da lontani rilievi.
Fattori adotta in varie sue opere il tema del soldato o dei soldati a cavallo sullo sfondo di un muro in luce, tema che gli consente di privilegiare l’incastro di macchie con forti contrasti di chiaroscuro.


 

Giacomo Balla (Torino 1871 – Roma 1958)
Linee-forza di paesaggio / Paesaggio + volo di uccelli
olio su tela
1925 ca
cm 65 x 100

Il dipinto, strutturato secondo un ordine visivo rigorosamente bidimensionale, è caratterizzato da un complesso incastro di profili curvilinei e dal predominio di tonalità fredde e anti-naturalistiche. L’andamento ritmico della composizione è rafforzato dal rispetto del principio per cui ad ogni interferenza di forma corrisponde una differenziazione di colore. Intorno alla metà degli anni venti Giacomo Balla andava concentrando il suo interesse intorno al tema del paesaggio, nel quadro del programma di “ricostruzione futurista dell’universo” da lui definito già fin dal 1915 nel manifesto omonimo firmato insieme a Fortunato Depero


 

René Magritte (Lessines, Belgio 1898 – Bruxelles 1967)
L’épreuve du sommeil
olio su tela
1926 ca.
cm 65 x 75

E’ questa una delle prime opere in cui il pittore belga interpreta con linguaggio personale la poetica surrealista, incentrando il suo interesse sul tema del sonno. La testa di una donna sdraiata, con la nuca rivolta verso lo spettatore, è inquadrata da un punto di osservazione molto ravvicinato, che esclude dal campo della rappresentazione il resto del corpo e gli arredi della stanza, fatta eccezione per un drappo bianco i cui panneggi sono posti in secondo piano, in asso con il capo della dormiente.


 

Paul Klee (Münchenbuchsee, Berna 1879 – Muralto, Locarno 1940)
Gebärde Eines Antlitzes II
guazzo su carta
1939
cm 60 x 44.5

La linea è l’elemento strutturale a cui è affidata la costruzione dell’immagine, in questo caso un viso di grandi dimensioni attorniato da altri volti in scala inferiore. I contorni sono semplificati e abbreviati, e paiono obbedire ad una gestualità perentoria, ad una inquieta volontà deformante. La forte tensione espressiva di questo foglio e la presenza monumentale della testa in primo piano consentono di sottolineare la consonanza di questa e di altre opere tarde di Klee non solo con la contemporanea ricerca di Picasso, ma anche con quella di scultori quali Lipchitz, Laurens, Moore, impegnati in una definizione carica di pathos della figura umana.


 

Salvador Dalì (Figueras, Spagna, 1904-1989)
Dama velata
china su carta
1950 ca.
cm 34 x 24


 

Salvador Dalì (Figueras, Spagna, 1904-1989)
San Giorgio e il drago
china su carta
1950 ca.
cm 34 x 24

Dalla Fine degli anni Quaranta la pittura di Dalì registra con frequenza il ritorno ad iconografie tradizionali e l’abbandono della deformazione allucinatoria della figura umana, degli oggetti e dei paesaggi, che era stata tipica del periodo precedente e che aveva caratterizzato l’intensa e controversa militanza surrealista dell’artista. I due fogli, identici nel supporto, nella tecnica e nelle dimensioni, possono essere legittimamente considerati complementari.
L’ideale cavalleresco caro al pittore si incarna nella figura di un San Giorgio colto nell’atto di trafiggere un drago a due teste, mentre sull’altro foglio la figura femminile velata, collocata in posizione assiale, può essere identificata come la principessa in attesa di essere liberata. Le spire del mostro sono rese con un dinamismo di tragitti, macchie e filamenti, mentre gli elementi secondari del paesaggio sono disposti in entrambi i fogli secondo un rigido allineamento prospettico, ricordo dell’incontro giovanile con la pittura metafisica di Giorgio de Chirico; la figura femminile ripropone in chiave di pura eleganza ritmica il tema caro a René Magritte della donna senza volto, simbolo di un’identità sospesa.


 

Marc Chagall (Vitebsk, Bielorussia 1887 – Saint-Paul-de-Vence 1985)
Il tamburino
gouache su carta intelata
1950 ca.
cm 69 x 49.5

In parallelo alle opere di formato monumentale, nelle piccole dimensioni dei lavori su carta Marc Chagall ha rielaborato senza soste i temi della sua personale mitografia, dai ricordi d’infanzia nella terra russa alla tradizione ebraica, dal mondo del circo al racconto biblico. In quest’opera i protagonisti consueti delle rievocazioni del paese di origine sono sovrastati dalla presenza dominante della figura del tamburino, in una sintassi compositiva che, come di consueto, contraddice forza di gravità e scala proporzionale. La produzione di gouaches dell’artista russo ammonta a diverse migliaia di esemplari prevalentemente non datati. Le fasi in cui egli ha con maggior frequenza praticato questa tecnica sono gli anni tra il 1910 e il 1914, quelli intorno al 1925 e al 1932 e soprattutto quelli successivi al suo ritorno in Francia dagli Stati Uniti, nel 1948. Le gouaches realizzate in quest’ultimo periodo sono caratterizzate da una presenza più densa e compatta della materia cromatica rispetto alle stesure trasparenti delle fasi antecedenti e dal carattere non improvvisato, ma invece articolato e compiuto dalla composizione.


 

Joan Mirò (Montroig, Spagna 1893-Palma di Majorca 1983)
Senza titolo (Figure biomorfiche ed astrali)
tempera e guache su carta
1950 ca.
34,5 x 44,5

Quest’opera su carta, firmata ma non datata, risale con buona probabilità al periodo trascorso dall’artista a Barcellona tra il 1942 e il 1956, durante il quale egli a più riprese si dedicò ai cicli di lavori su carta. L’opera si incentra sulla relazione tra le due figure affrontate, ma anche sul contrasto tra la pulizia delle linee e la ruvidezza appena accennata del supporto, tra le campiture cromatiche nettamente ritagliate e i confini incerti delle macchie di colore sospese tra le singole forme, poiché la sperimentazione messa in atto da Mirò in questa fase del suo percorso si traduce non solo in elaborazione di immagini, ma anche in ricerca materica, in piena assonanza con gli esiti più aggiornati della pittura coeva negli Stati Uniti e in Europa.


 

La data del 22 luglio 1981 non può non essere annoverata tra quelle che hanno scandito la storia del Museo Civico di Biella: è il giorno dell’inaugurazione, presso la sede dell’ex Museo Civico di Via Pietro Micca, dell’allestimento dei dipinti della collezione di Enrico Lucci, pervenuti alla Città di Biella a due anni dalla morte di quest’illustre personaggio, biellese d’adozione, ricordato ancor oggi da molti per le numerose azioni filantropiche di cui fu capace, nella sua pur breve vita. Tali opere contribuivano ad arricchire un patrimonio museale già consistente e che doveva le proprie origini alla sensibilità di Quintino Sella, iniziatore delle prime raccolte di “patrie memorie”, seguito poi nei decenni a venire da altri collezionisti e amatori che, donando le proprie collezioni all’istituzione museale cittadina, avevano concorso a valorizzare e conservare la memoria storica e culturale locale. Con la donazione di Enrico Lucci, il Museo Civico di Biella, non solo trovava occasione di accrescere ulteriormente le proprie raccolte, ma acquisiva opere di altissimo livello artistico, uscendo da un contesto meramente locale, in grado di illustrare il panorama artistico nazionale e internazionale della prima metà del Novecento.

Sono in tutto trentotto, sono i dipinti e i disegni che sono pervenuti al museo, frutto di acquisti diluiti in almeno un ventennio. Alcune opere antiche, come il dittico, risalente al XVI secolo, rappresentante un’Annunciazione o il Ritratto di Gentiluomo accostabile alla bottega di Tiziano o ancora la tavola lignea di area biellese con il Miracolo di Santa Caterina, restano casi isolati in una collezione che, passando per l’Ottocento con opere di Giovanni Fattori, Antonio Fontanesi e Daniele Ranzoni, si è specializzata sempre più in direzione di quelle espressioni artistiche, sorte in Europa a partire dalla prima metà del Novecento, attraverso veri e propri capolavori delle avanguardie storiche. Espressionismo, futurismo e surrealismo sono infatti ben rappresentati dalle opere di Max Ernst con Mer et soleil, di Giacomo Balla con Linee-forza di paesaggio, di  Renè Magritte con L’epreuve du sommeil, di Marc Chagall con Il tamburino, di Paul Klee con Espressione di un volto II e di Salvador Dalì. E poi ancora, a testimonianza della ricca e preziosa collezione, si possono citare Yves Tanguy con una piccola tela intitolata Sortons!, Fernand Léger con Nature morte à l’aloès , la tempera di Joan Mirò e il Concetto Spaziale di Lucio Fontana.

Enrico Lucci

La collezione Lucci