#Unmuseotantestorie_3: gli ultimi percorsi tematici sulle nostre collezioni

Ultima parte dei nostri percorsi tematici. I temi di questa terza rubrica sono “Terrae_Argilla e Terracotta”, “Lux”, “Moda” e “Tra Scuola e Bottega”.

9. TERRAE_ARGILLA E TERRACOTTA

I primitivi contenitori realizzati con l’argilla, la terracotta usata da Greci e Romani per le abitazioni e la decorazione nel Medioevo con le formelle…e poi un tutorial per dipingere un piatto a figure nere

Terra…..da vino! Ecco l’antenato dei moderno “decanter”
Vaso “a trottola” in ceramica depurata. Cerrione, – I secolo a.C.

Fantasia e argilla raffinata: gli ingredienti che la creatività del mondo celtico utilizzava per realizzare i propri servizi da tavola…
Il mondo romano, con le sue abitudini raffinate derivate dai Greci, non era ancora arrivato nei territori del Piemonte quando le popolazioni di origine celtica, che qui vivevano e che i Romani consideravano poco civili, producevano con argilla fine e depurata vasi particolari per usi specifici.

Chissà com’era definito in lingua celtica quello che oggi noi chiamiamo, per la sua particolare conformazione, “vaso a trottola”. Un recipiente, a stretta imboccatura e corpo schiacciato, che ritroviamo nei corredi delle fasi preromane, insieme a ciotole e bicchieri in terracotta. A che cosa serviva un vaso così strano? Sembra una borraccia, ma non è assurda una borraccia sulla tavola?

In realtà, la particolare forma, avvicinabile ai nostri moderni “decanter” in vetro, le analisi condotte sui resti ritrovati all’interno di alcuni recipienti, un’iscrizione celtica che parla di “UINOM” (vino?) proprio su uno di questi vasi legano fortemente l’uso di questo vaso al vino.

Se si aggiunge che molte fonti romane affermano che nel nord Italia i Celti producevano un vino molto forte e tannico e, cosa che a Roma destava scalpore, lo bevevano puro, forse abbiamo proprio trovato l’antenato del nostro decanter che consentiva di agitare un po’ il vino scuotendo il vaso senza farlo uscire per ossigenarlo prima di consumarlo.

Le formelle in terracotta

“Tuttavia non so pensare il Piazzo nei secoli XIV, XV e XVI senza che mi si affacci alla mente tutta una fioritura di torri […] poi di archi decorati di mattoni stampati, di finestre con archivolti e stipiti in cotto e case con fasce di bel lavoro ornate.” (Alessandro Roccavilla, L’arte nel Biellese, 1905)

Anche noi, oggi, possiamo ammirare passeggiando per le vie di Biella-Piazzo ancora tanti esempi di questi “mattoni stampati”, che decorano le facciate degli antichi palazzi, il campanile di San Giacomo e i portici lungo Piazza Cisterna. Si tratta di formelle in terracotta, realizzate a stampo e cotte nelle fornaci presenti sul territorio, che si ritrovano anche in altre aree del Piemonte e Lombardia, utilizzate a scopo decorativo.

Alcuni di questi esempi sono conservati in Museo. Un imponente esemplare di cornice, che originariamente decorava una finestra di Casa Mazzia di Crevacuore fu “musealizzata” grazie a Quintino Sella ed esposta sotto il porticato del Chiostro di San Sebastiano, allora sede della Scuola Professionale di Biella.

Le immagini storiche dell’Archivio fotografico della Biblioteca Civica di Biella, ci mostrano come venne allestito.

LE SCHEDE DIDATTICHE


10. “LUX”: LA LUCE NELLA STORIA E NELL’ARTE

Come illuminavano le loro case gli antichi romani? Come utilizzavano la luce i grandi artisti come Caravaggio, Pellizza da Volpedo, Allason o Longoni? Scoprirete tutto con la nuova scheda didattica. In più un foto-tutorial per “disegnare la luce”.

“Plenilunio in alta montagna”, Silvio Allason

Chi non conosce la celebre “Sonata al chiaro di luna” di Beethoven? Chi ignora leggende, credenze ed effetti della luna piena sull’uomo, gli animali e la natura? Chi non si emoziona di fronte allo spettacolo di un plenilunio in una bella notte sgombra dalle nuvole?

La luna ha da sempre attirato la curiosità dell’uomo e la sua luce illumina, davvero, l’oscurità della notte! La suggestione di questo spettacolo è diventata soggetto di celebri opere d’arte, come “La notte stellata” di Van Gogh.

Anche in Museo possiamo ammirare lo spettacolo che si può godere in alta quota, delle montagne innevate che riflettono la luce della luna, con l’opera di Silvio Allason, “Plenilunio in alta montagna”.

Scegliendo un formato orizzontale, in modo da inquadrare al meglio il panorama, il pittore – torinese d’origine e di formazione – sceglie come punto di vista un’altura che si apre verso un’ampia veduta montana che si illumina sullo sfondo dove le nevi delle alte cime riflettono la luce argentea della luna piena.

Lucerna “a volute” e disco decorato. Sez. Archeologica, Cerrione,(metà I secolo d.C.)

Mentre il mondo Mediterraneo dominato dai Greci aveva già dal VII secolo a.C. inventato lampade ad olio in terracotta, nei territorio dell’Italia settentrionale questi pratici oggetti arrivarono più tardi, portati da Etruschi e Romani. Furono proprio questi ultimi che, arrivando nel Biellese per sfruttare la miniera della Bessa nel II secolo a.C., fecero conoscere alle popolazioni indigene le lucerne e soprattutto iniziarono l’importazione del combustibile, l’olio di oliva che qui non si produceva.

Ma prima come ci si illuminava? Con torce in resina, molto più pericolose e meno pratiche e ciò spiega perché le lucerne si diffusero così rapidamente. Un aspetto ad oggi commovente è la loro presenza nelle tombe; come i nostri lumicini nei cimiteri servivano per illuminare la via verso l’Aldilà e già simboleggiavano la luce dell’eternità.

La bella lucerna rinvenuta nel corredo di una ricca signora di Cerrione, vissuta a metà circa del I secolo d.C., è del tipo detto “a becco angolare” per indicare la parte che reca il foro per l’uscita dello stoppino acceso; un altro foro, che serviva per colare l’olio nel serbatoio, era praticato nel disco centrale, che in questo caso è decorato dalla figura di un Erote alato con gli attributi di Ercole, la clava e la pelle di leone, un motivo raffinato presente anche su rilievi in marmo e che quindi ci dimostra come questi “portatori di luce” erano anche oggetti di ornamento domestico.

LE SCHEDE DIDATTICHE


11. LA MODA NELL’ANTICHITA’ E NELLA STORIA DELL’ARTE

La toga degli antichi Romani e le stoffe colorate ispirate alla moda greca o etrusca. Gioielli, calzature e accessori, come le fibule da vedere in Museo. Poi le stoffe di velluto del Rinascimento, ricamate e impreziosite con fili d’oro e d’argento, gli abiti tradizionali di fine Ottocento, fino al famoso “rosa shocking” di Elsa Schiaparelli. E, infine un tutorial, per realizzare la vostra sfilata in Museo.

Il potere dell’anello: anello con gemma incisa in niccolo. Cerrione, (70-120 d.C.)

Nel mondo antico gli anelli erano certo monili prediletti e ambiti dal “gentil sesso”, ma venivano spesso indossati da uomini come esibizione di potere.
Nei territori a nord del Po l’usanza di portare anelli di tradizione italica con verga in ferro e gemma decorata ad intaglio si afferma molto presto, già nel corso del II secolo a.C. e si mantiene anche dopo la completa romanizzazione.

Tra gli anelli che i defunti di Cerrione portarono con sé nella tomba, uno in particolare, è molto interessante.
Fortunatamente la combustione del rogo, che ha deteriorato il metallo della vera, non ha alterato il nobile calcedonio-niccolo della gemma, con stupende caratteristiche striature nere, e la rara decorazione!
E’ incisa una figura simbolica: sull’orlo di un modio (unità di misura per granaglie) a tre sostegni, da cui fuoriescono due spighe di grano (al centro) e due papaveri (ai lati), è fissata una bilancia a bracci uguali.

E’ un soggetto che ha fortuna a partire dall’età augustea (inizio I secolo d.C.), ma è raro e spesso viene ritrovato in ambienti maschili, quali accampamenti militari: infatti gli oggetti rappresentati sono simboli che il mondo romano usava per le distribuzioni dei frutti della terra alla popolazione (annonae) da parte degli imperatori, ma affidata personaggi che ricoprivano, localmente, la carica di aediles, magistrati municipali.

Se aggiungiamo poi il fatto che il diametro del nostro anello è più appropriato per un possessore di sesso maschile e che la sepoltura in cui fu trovato era bisoma, forse coniugale, vediamo come un anello di pregio, diventi, oltre che un prezioso complemento all’abito maschile, anche e soprattutto un simbolo di un’importante carica!

La moda nel Rinascimento

L’abito non fa il monaco, ma…

In Museo, tra le opere del Cinquecento, troviamo i ritratti dei cosiddetti “committenti”, inseriti all’interno di scene sacre che bene si riconoscono perché vestiti con gli abiti dell’epoca.

Il pittore Lanino ritrae i due coniugi ai lati della croce, in atto di preghiera, l’anonimo artista che ha dipinto il grande polittico con l’“Incoronazione della Vergine” ritrae un francescano proprio nello scomparto in cui dipinge San Francesco.

Le due pale laterali, da poco riaccostate alla tavola centrale con la copia della “Vergine delle Rocce” di Leonardo, presentano l’ormai anziano Sebastiano Ferrero con tutti i suoi figli maschi, chi in abiti da religioso chi un abiti civili.
Sono tutte straordinarie testimonianze della moda dell’epoca… per farsi un’idea di come vestivano nel Cinquecento, basta osservare queste opere!

LE SCHEDE DIDATTICHE


12. TRA SCUOLA E BOTTEGA

Come era impostata l’educazione dell’antico Egitto e nell’antica Roma? Scuola come istituto per imparare a leggere, scrivere e fare le operazioni principali, ma anche bottega, all’interno della quale l’artista di turno ampliava le sue competenze, sotto la guida attenta del maestro di bottega. E poi, vi faremo scoprire un nuovo modo di tenere i conti come facevano gli Inca, grazie alla realizzazione di un quipu.

Mantello tessuto in cotone e con riami in lana di alpaca. Perù, Cultura Chancay, XI-XV secolo d.C.

Nei paesi andini del sud America da millenni scuole senza banchi insegnano mestieri per vivere e per tramandare un sapere millenario.

Nell’America del Sud, prima dell’arrivo dei Conquistadores europei, si diventava “donne” se si imparava fin da piccolissime, l’arte della filatura, tessitura e del ricamo. Non esistevano però vere e proprie scuole, con banchi e insegnanti, ma il sapere era tramandato, già dal III millennio a.C., tra le mura domestiche, o anche nei cortili dei villaggi dove le più anziane ed esperte insegnavano alle più giovani.

Si imparava a riconoscere i filati da scegliere perché il tessuto e l’abito erano fondamentali per indicare uno stato religioso o sociale: dall’abito si capiva se una donna era sposata, vedova, o in età da marito! Solo per i vestiario dell’esercito c’erano gruppi di tessitori maschi, che però imparavano alle stesse “scuole”, dalle donne.

Le bambine andavano “a scuola” di tessitura già dai quattro o cinque anni, e iniziavano con un telaio non fisso, ma legato alla a cintura e con l’altro capo ad esempio fissato ad un albero. Il telaio era come la tavoletta cerata dei Greci e dei Romani, era come la pergamena per gli scolari monaci amanuensi nel medioevo era come il nostro…tablet!

Le ragazze ne ricevevano uno proprio quando avevano imparato non solo la tecnica e le regole, ma anche il profondo significato dei tessuti: ad esempio quando avevano imparato che tagliare un tessuto era un’azione “vietata”, dato che il tessuto, come il filo, simbolo della vita, era considerato un essere vivente e quindi “tagliarlo, significava farlo morire”!

Gli esseri con strane antenne che vediamo ricamati con lana di alpaca sul bellissimo mantello del museo sono simboli religiosi tramandati da una scuola millenaria che ancora oggi continua, in quelle regioni, senza grandi cambiamenti.

“Lezione di gruppo” con Lorenzo Delleani

Nel 1889 la cattedra di “Pittura” all’Accademia di Belle Arti di Torino non venne assegnata a Lorenzo Delleani.

Per lui, non fu una delusione, anzi, libero dagli impegni di un insegnamento ufficiale, poté dedicarsi a quei tanti giovani che ben presto si legarono a lui, tanto da poter oggi parlare di una vera e propria “scuola di Delleani”.

Iniziò con i propri consanguinei, con il fratello Celestino più giovane di nove anni, con la nipote Nina che si rivelò una delle sue migliori allieve, con Giovanni Bogliani, figlio della sorella Irene e il cugino Giuseppe Mersi.

Molti di quelli che si avvicinarono alla pittura con lui, rimasero dilettanti, altri invece riuscirono a esprimere al meglio le proprie qualità. Molti erano giovani di buona famiglia che si accostavano alla pittura come parte integrante del proprio percorso formativo.
La più famosa tra tutti fu la contessina Sofia di Bricherasio.

Il luogo migliore per impartire le lezioni era Pollone, durante la bella stagione. Le lezioni si articolavano nella copia pura e semplice delle tavolette del maestro per imparare a usare il colore e, solo successivamente, veniva introdotta la copia dal vero, sotto la supervisione del Maestro che, non di rado, apportava personalmente correzioni e modifiche all’elaborato, talvolta anche piuttosto estese.

LE SCHEDE DIDATTICHE