#Unmuseotantestorie: le spezie, i colori, il collezionismo, lo sport…percorsi tematici di approfondimento

#Unmuseotantestorie è un’iniziativa che coinvolge adulti e bambini attraverso la realizzazione di alcuni percorsi che si svilupperanno on-line dedicati a diversi temi: le spezie, il colore, il Collezionismo e lo sport. Approfondimenti, schede didattiche e consigli di lettura si alterneranno per permettere a grandi e piccini di scoprire l’arte e la storia.

1. LE SPEZIE E LE PIANTE NELLA STORIA

Vi raccontiamo come si possono realizzare colori con l’utilizzo di piante e spezie e come venivano utilizzate dai nostri avi. Per i vostri bimbi delle schede didattiche con curiosità, ricette e giochi scaricabili. E infine un’ interessante lettura a tema.

Gli unguentari dalla Necropoli di Cerrione


“…abbiate cura di piacere, giacché la vostra epoca conosce uomini raffinati.”
(Ovidio, Medicamina faciei femineae, vv 23-24)

Questo è quanto Ovidio ( 43 a.C. – 17 d.C.) suggerisce alle donne rispetto alla cura del corpo, e nei reperti rinvenuti all’interno di svariati siti archeologici, tra cui annoveriamo anche le necropoli romane di Biella e Cerrione, questo suggerimento si traduce in deposizioni di piccoli contenitori in vetro, realizzati attraverso soffiatura libera, che vengono definiti unguentari. Il loro aspetto mostra non solo la maestria con cui gli artigiani sono riusciti a produrre dei vasetti miniaturistici, ma la tenacia di un materiale fragile che è riuscito a resistere al tempo.
Come suggerisce la parola stessa che designa questo oggetto, gli unguentari erano contenitori utili a conservare piccole quantità di unguenti, cioè basi grasse di origine vegetale o animale a cui venivano aggiunti altri ingredienti, come spezie, fiori e piante, di cui si sfruttava non solo la profumazione ma anche il loro potenziale curativo. Plinio ci racconta che a questa miscela venivano aggiunti altri elementi, ognuno con una specifica funzione: in primo luogo il sale il quale faceva in modo che restasse inalterata la natura dell’olio e poi la resina utile a non far svanire immediatamente l’aroma dell’unguento stesso. Ma perché una tale abbondanza di contenitori per unguenti e perché la necessità di utilizzare quotidianamente un balsamo per la pelle? La risposta è certamente da ricercare nelle modalità di detersione del corpo da parte dei romani: niente sapone purtroppo ma una miscela di lisciva e pietra pomice, cioè quello che noi moderni chiameremmo scrub!

La Vergine delle rocce
Copia da Leonardo di Bernardino de’ Conti


Olio, uova, zucchero…Certamente attenendosi al #iorestoacasa, qualcuno di voi si sarà messo ai fornelli rispolverando ricette dimenticate.
Qui non inizieremo a impastare insieme, ma vi sveleremo come alcuni degli ingredienti che siamo abituati a utilizzare in cucina, erano invece fondamentali per preparare colori, tele e tavole. Lo stesso Leonardo sperimentava nuove tecniche che non sempre hanno garantito la durata dell’opera nel tempo.
A proposito di Leonardo, lo sapevate che al Museo c’è una copia di una delle sue opere più famose, la Vergine delle Rocce, dipinta da un pittore milanese all’inizio del Cinquecento, di nome Bernardino de’ Conti?
Per la pittura a tempera, che ha avuto la sua massima diffusione nel Medioevo, fino a buona parte del Quattrocento, si utilizzavano pigmenti colorati che venivano legati con l’uovo e che spesso si ricavavano da quelle che noi usiamo come spezie.
Lo zafferano per esempio era usato per realizzare il colore giallo.
Nella pittura ad olio, invece, i pigmenti venivano mescolati con oli siccativi, come quello di noce, di lino o di papavero, ai quali vengono uniti oli essenziali, come la trementina, ricavata dalla distillazione delle resine di conifere, ma anche l’olio di lavanda o rosmarino.

LE SCHEDE DIDATTICHE


IL CONSIGLIO DI LETTURA


“Un racconto delicato e appassionato alla scoperta delle spezie più amate e della loro anima profonda.
Fra storia e leggenda, scienza e ritualità, Oriente e Occidente, gli aromi, le fragranze, il gusto di oltre 50 ricette, contemporanee e della tradizione”.

2. I COLORI

Un percorso per scoprire quali sensazioni ed emozioni ci trasmette ogni colore e come venivano usati da grandi artisti come Chagall, Picasso o Mirò. Faremo un viaggio nel tempo nell’Antico Egitto per conoscere le abilità degli Egizi nell’usare solo 6 colori detti iwen. E poi giochi e curiosità con le schede didattiche, oltre al nostro consiglio di lettura.

Il colore del culto o il culto del colore?

Stele di Titeniset, calcare, XXVI dinastia, (664-525 a.C.)
Un mondo colorato, è così che gli Egizi immaginavano tutto quanto li circondava, ed anche quello che oggi ci appare sbiadito dall’implacabile lavorio del tempo era abbellito da sgargianti colori, ognuno con il suo valore intrinseco.
Il colore, per gli Egizi iwen, aveva un grandissimo potenziale simbolico, al pari del simbolismo profondo dei soggetti rappresentati. Rispetto ai reperti custoditi all’interno della Sezione egizia del museo, certamente incuriosisce la stele di Titeniset che ci consente di stimolare la fantasia rispetto alle colorazioni utilizzate per rendere i concetti metaforici dell’offerta funebre. L’ uniche traccia di colore apprezzabile sulla superficie della stele è il rosso, per gli egizi deshr, colore di gioia e di vita, steso sul corpo mummiforme di Osiride e sulle giare per il vino, poste al di sotto del tavolo dell’offerta. Altre esigue tracce di colore, nero (km), sono quelle inserite tra i solchi dei pittogrammi, probabilmente utilizzato per enfatizzare maggiormente il segno stesso.


Parlando del colore non si può fare a meno di rivolgere il nostro sguardo verso l’incantevole sarcofago della nostra mummia Taaset. Su un velo di bianco, che uniforma la base, troviamo pennellate che raccontano di come, pur non disponendo di una vasta gamma di colori, l’artista sia riuscito a rendere, in modo raffinato, tratti del viso, vesti e gioielli. Il rosso (deshr), risulta la gradazione di colore maggiormente impiegata sul sarcofago, colore di gioia e vita. Questo il senso della simbologia del colore…

I colori nell’arte tra Mirò, Picasso e Lam

Joan Mirò (Montroig, Spagna 1893-Palma di Majorca 1983)
Joan Mirò Senza titolo  tempera e guache su carta 1950 ca. 34,5 x 44,5

Umore nero? Fifa blu? Quale colore scegliereste per dipingere il mondo in questi giorni?

I colori sono ovunque intorno a noi e la storia ci insegna come l’uomo li abbia caricati di simboli e significati che giornalmente influenzano profondamente il nostro ambiente, i nostri comportamenti, il nostro linguaggio e il nostro immaginario. E’ così nella vita di tutti e lo è – e lo è stato – anche per l’arte.
Pensiamo a un’opera famosissima che tutti abbiamo negli occhi… la grande tela che Picasso dipinge dopo il bombardamento della città di Guernica, 7 metri di larghezza per 3 di altezza, dipinti utilizzando esclusivamente i toni del grigio e del nero, per esprimere tutta la drammaticità dell’evento.
Il grigio, nelle sue diverse sfumature, domina anche l’opera di Wifredo Lam, esposta in museo e donata da Enrico Lucci, in cui figure immaginarie, frutto dell’immaginazione e dei ricordi infantili dell’artista, incombono su di noi come un incubo.
Ritroviamo invece gioia e speranza nell’immaginario fantastico di Joan Mirò, nelle sue linee che prendono forma e che tra pieni e vuoti si colorano di rossi, di verdi e di gialli, infondendo allegria e riportandoci alla mente un universo giocoso.

LE SCHEDE DIDATTICHE


IL CONSIGLIO DI LETTURA


“Non è un caso se vediamo rosso, diventiamo verdi di paura, blu di collera o bianchi come un lenzuolo… I colori veicolano tabù e pregiudizi ai quali obbediamo senza rendercene conto, e possiedono significati nascosti che influenzano il nostro ambiente, i nostri comportamenti, il nostro linguaggio e il nostro immaginario. L’arte, l’architettura, la pubblicità, gli indumenti, le automobili: tutto è regolato dal codice segreto dei colori. La loro storia, ricchissima e sorprendente, racconta l’evoluzione delle mentalità, degli usi e delle società, intrecciando arte, politica, religione, psicologia, sociologia. Con una narrazione brillante e ricca di aneddoti e curiosità, lo storico e antropologo Michel Pastoureau ci guida in un erudito excursus alla ricerca di significati, applicazioni, implicazioni dei colori, per riuscire a districarsi nel labirinto simbolico delle tinte”.

3. IL COLLEZIONISMO

Alzi la mano chi non ha mai collezionato nulla. Figurine, conchiglie, pietre… fin da bambini ci accompagna un irrefrenabile istinto di accumulare tipologie di oggetti simili tra loro. La pratica del collezionare ha caratterizzato la storia dell’uomo fin dalle epoche più antiche. Si è consolidata nel tempo, si è modificata in base all’evoluzione della società, ha attraversato epoche e secoli ed è stata la base per la nascita di molti musei!
Vi siete mai chiesti come e quando sia nato il Museo di Biella? Anche la storia del nostro museo cittadino è una storia di collezioni… e di collezionisti!. Il primo a esprimere il desiderio di veder nascere un “patrio museo” nella propria città fu Quintino Sella, seguito poi da suo figlio Corradino e altri illustri personaggi… ma soltanto nel 1932 Biella riuscirà ad inaugurare il suo Museo. Già all’epoca, numerosi reperti archeologici e opere d’arte erano stati donati da collezionisti privati, che proseguirono anche nei decenni successivi.

Le collezioni archeologiche

Il viaggio, occasione per aprirsi verso nuovi mondi, antiche culture e personali passioni.
Questo ha rappresentato il viaggio per due illustri biellesi, Corradino Sella e Ugo Canepa che, grazie al loro spirito appassionato, all’amore per il collezionismo e alla loro generosità, hanno arricchito le collezioni del Museo di oggetti culturalmente lontani da noi, aprendo una finestra su altri mondi.
Il viaggio di nozze in Egitto fu il pretesto alla base dell’acquisto di circa 400 pezzi da parte di Corradino Sella e i viaggi di affari spinsero Ugo Canepa ad acquistare gli oggetti che rappresentano il nucleo fondante della sezione Culture Precolombiane. Il denominatore comune alla base dei due filoni collezionistici? Il coinvolgimento culturale!


Statua femminile di orante”, Ecuador, cultura Jama-Coaque, 300 a.C.-700 d.C., Collezione Culture Precolombiane

Angela Deodato ci porta alla scoperta delle Culture Precolombiane

Le collezioni storico artistiche

Giuseppe Masserano, Enrico e Maria Guagno, Bruno Blotto Baldo, Sergio Colongo ed Enrico Lucci sono alcuni dei collezionisti che hanno contribuito ad arricchire il nostro Museo con opere d’arte di notevole interesse artistico.
Grazie a loro oggi il Museo espone opere d’arte antica come la tavola di Giovenone o le tre tele di Giovanni Battista Crosato con le storie delle eroine bibliche, numerosi dipinti di Delleani e di altri pittori paesaggisti di fine Ottocento o il capolavoro divisionista di Emilio Longoni e poi ancora, la ricca collezione di artisti surrealisti tra cui Magritte, Chagall, Ernst e Dalì.

Marc Chagall,  “Il tamburino”
gouache su carta intelata, 1950 ca.

Alessandra Montanera ci porta alla scoperta delle opere della Collezione Enrico Lucci

LA SCHEDA DIDATTICA

IL CONSIGLIO DI LETTURA


Kaspar Utz, il protagonista di questo romanzo, è un grande collezionista di porcellane di Meissen che le tempeste della storia hanno condotto a vivere a Praga con i suoi fragili tesori, sotto gli occhi malevoli di uno Stato poliziesco. Ma Utz è un uomo beffardo, un trickster, come certe figurine della commedia dell’arte che adornano la sua collezione. Simile all’imperatore Rodolfo II, saturnina ombra che aleggia sulla città, Utz sa che un collezionista è un teologo in incognito – e per lo più un eretico. Il suo rapporto con gli Arlecchini e le Colombine di Meissen ha qualcosa di idolatrico. Né gli è lontano il sentimento del rabbino Loew verso il Golem. Ma ora la sua vita deve custodire tutto questo, come il più pericoloso dei segreti, dietro una superficie di anonimo squallore.

4. LO SPORT NELLA STORIA E NELL’ARTE

Dalle Olimpiadi ai mosaici degli antichi romani, fino allo sport nella storia dell’arte. Un percorso per chi vuole tenersi in forma anche mentalmente e scoprire storia e curiosità sportive.

Lo sport nell’antichità.
Come sono nati alcuni sport che pratichiamo tutti i giorni

Una palla di gomma che rimbalzava con un’elasticità mai vista prima, giocatori che saltavano come acrobati per colpirla ai fianchi riparati da protezioni di cuoio…”. Questa fu la scena che fece restare a bocca aperta tutta la corte di Carlo V davanti allo spettacolo dei giocatori aztechi che il conquistare Hernàn Cortès aveva inviato in Europa dalle lontane colonie messicane.
Era il 1528, l’anno in cui per la prima volta una strana sfera elastica, realizzata con la linfa dell’albero della gomma portò gli Europei a scoprire il gioco della palla diffuso da millenni in Mesoamerica.
Qui il pitz, come lo chiamavano i Maya, o l’ulama, termine usato dagli Aztechi, ribattezzato poi dagli spagnoli come juego de la pelota, era un’attività ludica in cui si sfidavano due squadre, in un campo rettangolare: i giocatori, sulla base di regole a noi ignote, dovevano mandare la palla nella metà-campo avversaria colpendola solo con le anche, protette da imponenti cinturoni.
Il prezioso reperto esposto a Biella, una riproduzione in pietra di un cinturone, analogo a pochi altri ritrovati in santuari precolombiani, ci fa percepire che il gioco della palla, a differenza del nostro moderno football, aveva anche profondi significati religiosi: la palla come simbolo del moto degli astri, del ciclo eterno e cosmico della vita. I cronisti spagnoli ci narrano che, oltre alla valenza simbolica, esistevano partite in cui si scommetteva persino la propria libertà.



Riproduzione in pietra del cinturone usato dai giocatori di palla – Cultura Golfo del Messico, 600-900 d.C. e riproduzione giocatore di palla, Collezione Culture Precolombiane

Lo sport nell’arte. La collezione Piero Bora

Piero Bora realizza il bozzetto per la copertina della rivista “Itinerari Biellesi” del 1933: una bella e soffice neve aspetta lo sciatore che pianta i propri sci in attesa dell’arrivo della funivia che lo porterà in quota. Sarà forse la cabina della funivia che ci porta ancora oggi nei pressi del Lago del Mucrone? Lo sapevate che fu inaugurata il 15 settembre 1926 e che fu la prima costruita in Piemonte, la sesta in Italia e, all’epoca, la più alta d’Europa? La bella opera grafica di Bora è stata esposta al Museo, per la mostra “Neve. Sport invernali a Oropa. 1920-1960”.


Se c’è un momento storico in cui in Italia lo sport è stato uno degli aspetti su cui più si è insistito nei programmi educativi dei ragazzi, è stato nel ventennio fascista.
A partire dagli anni Trenta furono promosse in tutta Italia delle gare sportive in cui gli atleti dei vari atenei si sfidavano nelle diverse discipline sportive, per conquistare il titolo di “littore”. Ecco perché questi appuntamenti annuali vennero chiamati littoriali. Al Museo si conserva una grande tela di Piero Bora – abile artista biellese, morto prematuramente al fronte – intitolata “I littoriali dello sport“, a ricordo di queste gare disputate anche nel Biellese.

LA SCHEDA DIDATTICA

IL CONSIGLIO DI LETTURA


Eva Cantarella non poteva far mancare ai lettori, nell’anno dei Giochi di Rio de Janeiro, una storia delle Olimpiadi antiche. Perché, se è noto che a Olimpia si incontravano ogni quattro anni i migliori atleti dell’Ellade, sono pochi a sapere – per esempio – quanto duravano i Giochi, che cos’era la tregua sacra, o che a Olimpia esisteva un vero e proprio albergo per atleti e allenatori, oltre che per i tifosi più abbienti. Per non parlare di questioni più complesse, quali la nascita del professionismo e il venir meno degli ideali eroici; il rapporto tra eros e atletismo; le gare falsate (il doping non esisteva ancora, ma la scorrettezza e la corruzione sì). Ettore Miraglia ripercorre invece la storia dei Giochi moderni, a partire dall’edizione di Atene del 1896 voluta dal barone de Coubertin: affronta temi scottanti come il boicottaggio e il doping, passando per le Olimpiadi “mancate” e Settembre Nero.

 

 

#VelisveliAmo: scopriamo alcune opere attualmente non esposte

#VelisveliaAmo è un’iniziativa pensata per valorizzare le opere e i reperti al momento non esposte nel percorso di visita, ma conservate nei depositi.
In questa pagina, “sveleremo” al pubblico opere e reperti archeologici inediti accompagnate da un approfondimento.

Le opere e i reperti

1-Giovanni Carnovali, detto Il Piccio, “Loth e le figlie, olio su tela, 1860 ca., Collezione Enrico Lucci

Il soggetto di “Loth e le figlie” ritorna ricorrente tra i temi biblici trattati da Carnovali. L’artista ne ha dipinte varie versioni, tra cui le più conosciute sono appartenute alla collezione Ludovico Cartotti, questa tela e una datata 1872, oggi in collezione privata.

L’opera “Loth e le figlie” è stata esposta in due mostre monografiche dedicate a Il Piccio nel 1952 e 1974, dove si è definita un’ipotesi di datazione del quadro intorno al 1860.

Nel catalogo della mostra del 1974 ne viene data una puntuale lettura critica che individua “uno schema in diagonale, ben idoneo a conferire una violenta dinamicità alla composizione“. Così si spiega la preferenza che Il Piccio accorda, nel suo momento più romantico, a questo schema, come anche alle tele di “Angelica e Medoro” e ai bozzetti della “Morte di Aminta“.

Ancor più che in altre versioni note, il moto degli affetti è qui potenziato dalla resa pittorica, di rara intensità nella potenza modellante del tocco e nei forti contrasti di colore (prossimi alla “Morte di Virginia” del 1860). (Rossi – Lorenzelli, 1974, p. 105)

2-Filippo de Pisis “Casetta di montagna (La fattoria)”, olio su tela,
Collezione Enrico Lucci

Tra il 1939, anno del definitivo ritorno in Italia, e il 1949, quando fu ricoverato nella casa di cura di Brugherio, de Pisis quasi ogni estate soggiornò a Cortina d’Ampezzo. Quella era la base di partenza per escursioni nelle valli dolomitiche e fonte di ispirazione per una ricca produzione di paesaggi.

A quei luoghi dovrebbe riferirsi anche questa veduta montana, caratteristica della maniera tarda dell’artista. I casolari, fulcro centrale dell’immagine, e le figurette di montanari e animali sono infatti resi con tocchi rapidi e nervosi, con brevi campiture cromatiche che coprono solo parzialmente il supporto.
(Da “La Collezione E. Lucci”)

3-Giorgio De Chirico, “Cavalli e uomo in riva al mare”, olio su tela,
Collezione Enrico Lucci

Il tema dei cavalli entra a far parte del repertorio di De Chirico a partire dagli anni Venti, in parallelo alla riflessione teorica sul richiamo alla tradizione condotta sulle pagine della rivista “Valori plastici”.

Appare con maggiore frequenza nel decennio successivo, con riprese di modelli seicenteschi e romantici di Rubens e di Delacroix.

Nel secondo dopoguerra il soggetto viene abitualmente reso con una materia cromatica densa e filamentosa che, mentre de Chirico costantemente si richiama all’ideale della bella pittura, spesso tende ad appesantire le forme, caratterizzate da una definizione plastica accentuata.

Anche dal punto di vista iconografico sono messe in gioco citazioni e riferimenti molteplici, e in questo caso per il personaggio maschile può essere proposta l’identificazione con Ippolito, Ettore, Efebo o con uno dei Dioscuri.

4-Paolo Gaidano, “Ritratto di signora”, olio su tela

Questo bel Ritratto di signora è stato dipinto da Paolo Gaidano e donato al Museo insieme a un eccezionale corpus di disegni e cartoni preparatori che documentano i lavori che l’artista ha eseguito ad affresco in numerose chiese e palazzi piemontesi.

Chi sia la donna ritratta di profilo non è noto, così come non si sa se sia mai stato esposto al pubblico o sia frutto di una commissione privata. Il ritratto esprime tutta l’eleganza e la raffinatezza di quest’artista, moderno interprete della pittura d’accademia di fine ‘800.

5-Anfora attica a figure nere, scene dionisiache, Atene, VI secolo a.C., Collezioni Civiche

Questa anfora fu prodotta dai ceramisti ateniesi, che nel VI secolo a.C. elaborarono un grandissimo numero di vasi destinati in gran parte all’esportazione verso l’Italia in particolare verso il mercato etrusco. Era funzionale a contenere vino ed è decorata con la tecnica “a figure nere”. In questa prima grande stagione pittorica attica nelle figure, quasi sempre di profilo, tutti i dettagli erano resi incidendoli con un accurato graffito.

L’artista ha qui scelto uno dei temi mitologici più cari al mondo greco e poi romano: Dioniso, dio della vite e del vino. Dioniso, che tiene un kantharos, una coppa per bere, e una Menade, iniziata al suo culto, sono accompagnati dalla musica dei satiri suonatori di cetra.

La scena presenta una forte valenza simbolica in quanto il culto di Dioniso era legato al consumo del vino fino all’ebbrezza. Tale culto consentiva l’uscita dalla sfera delle regole quotidiane attraverso cerimonie in cui con la musica e le danze sfrenate si celebrava un ritorno alla natura selvaggia in violazione all’ordine costituito della città.

Tutto ciò è ben espresso anche dai satiri, figure mitologiche, uomini dalla natura ferina con orecchie caprine e coda.

6-Arti decorative – Collezione Maria Poma

Ecco alcuni pezzi molto “fragili” che fanno parte della collezione di arti decorative di Maria Poma.

Insieme al marito Enrico Guagno, Maria coltiva per una vita intera la passione per l’arte, acquistando dipinti dell’Ottocento italiano, anch’essi poi donati al Museo all’inizio degli anni Cinquanta del Novecento.

Non solo vetri, ma anche porcellane orientali, ceramiche antiche e alcuni pezzi archeologici fanno parte di questa interessante raccolta.

7-Diobolo di Tolomeo III Evergete, Alessandria, 246-231 a.C.
Collezioni Civiche

Questa moneta in bronzo fu coniata nella zecca di Alessandria quando l’Egitto era un regno governato dalla dinastia dei Tolomei, successori di Tolomeo, il generale di Alessandro Magno che dopo la morte del condottiero (323 a.C.) ereditò questo territorio.

Sul diritto è rappresentata la testa di profilo a destra di Zeus, il re degli dei nell’Olimpo greco. Una corona d’alloro cinge la folta ricciuta capigliatura e ne indica lo statuto divino. Sul rovescio, l’aquila, animale sacro al dio, ghermisce tra gli artigli un fulmine, arma prediletta dal sovrano dell’Olimpo.

La scelta delle due immagini da parte del sovrano Tolomeo ha l’intento di porre la propria dinastia sotto la protezione della divinità principale del pantheon greco. I Tolomei, infatti, sono i portatori della cultura greca in un regno, come quello egizio, di antichissima origine, dove il faraone era un dio egli stesso. La cultura greca, invece, non ammetteva che un mortale potesse essere fatto oggetto di culto divino.

8-Skyphos, ceramica sovraddipinta, IV sec. a.C., Collezioni Civiche

Questo elegante bicchiere fa parte di una particolare famiglia di vasi che servivano a tavola per consumare il vino. I Greci lo chiamavano skyphos e nei secoli assunse varie particolarità nella forma, mantenendo sempre la caratteristica dei due manici e del corpo molto elegante.

Le botteghe dei ceramisti dell’Italia meridionale, dove si erano insediati i Greci a partire dall’800 a.C. elaborarono, nell’età ellenistica (IV-III secolo a.C.) una decorazione elegante. Era caratterizzata soprattutto da elementi naturali, definita oggi “tipo Gnathia” dal primo e più importante centro produttore: Egnathia in Puglia.

Si tratta di una decorazione sovraddipinta alla superficie nera del vaso con colori diversi (bianco, rosso, giallo), disposta su più registri e ravvivata da grappoli d’uva e pampini che alludono al vino che il bicchiere conteneva e al dio Dioniso.

9-Paolo Giovanni Crida, “Autoritratto”, olio su tela

Tavolozza, colori e pennelli: nessun dubbio che il personaggio ritratto sia un pittore!

In verità si tratta di un autoritratto, sarà stato realizzato dal vero tramite uno specchio o utilizzando una fotografia? Impossibile dirlo. Quel che sappiamo è che si tratta dell’“Autoritratto” di Paolo Giovanni Crida, un pittore biellese, originario di Graglia, che ha fatto una discreta fortuna passando alla storia come “il pittore di Don Bosco”.

Agli inizi degli anni Trenta del ‘900, infatti, dopo la canonizzazione di Don Bosco, Crida vinse il concorso salesiano e fu incaricato di eseguirne i ritratti, così che tutte le opere nelle strutture salesiane nel mondo sono unicamente di sua mano.
Autore di ritratti e nature morte, lavorò anche per Re Umberto e si dedicò alla pittura monumentale, affrescando numerose chiese in Piemonte.

10-Denario di Faustina II, Roma, 161-176 d.C., Collezioni Civiche

Nel Medagliere civico della città Biella, che contiene più di 1000 monete di cui 169 di età romana, è conservato questo denario d’argento fatto coniare a Roma dall’imperatore Marco Aurelio per la moglie Faustina II.

L’imperatrice, raffigurata sul diritto, di profilo, con una tipica acconciatura del periodo, è detta “figlia dell’Augusto Pio” in quanto era figlia dell’imperatore Antonino Pio e di Faustina I o Maggiore.
Faustina II era destinata a diventare imperatrice fin dal giorno del suo fidanzamento, a soli 9 anni, con il diciottenne Marco Aurelio, che era stato adottato da Antonino come suo successore.

Nella monetazione romana imperiale, spesso sul rovescio compaiono figure simboliche che esaltano le qualità del sovrano rappresentato sul diritto. Qui è raffigurata, sotto forma divina, una qualità indispensabile per una matrona romana, a maggior ragione nel caso delle moglie di un imperatore: la Pudicizia, dea del pudore e della moralità, col capo velato perché nell’atto religioso del sacrificio su un altare acceso.

11- Carmelo Cappello, bozzetto per “Monumento ai Partigiani” di Piazza Martiri

Classe 1912, siciliano di nascita, studente all’Istituto di Belle Arti di Monza, soldato al fronte, scultore professionista dal 1938, e biellese d’adozione. In sintesi questa la biografia di Carmelo Cappello.

Il suo arrivo a Biella risale ai primi anni ‘40 quando, a Milano, conobbe Pippo Pozzi, che lo invitò a esporre alla Galleria Garlanda. Fu in quell’occasione che Cappello conobbe sua moglie, la biellese Selene Varale e che strinse amicizie e rapporti profondi con l’ambiente artistico e industriale biellese.

Apriamo i nostri depositi e vi mostriamo il bozzetto per il “Monumento ai Partigiani” che Cappello realizzò per Piazza Martiri.
Altre sono le opere pubbliche lo scultore realizzò per il Biellese: la scultura “I tuffatori” presso la Piscina Comunale, il “Monumento ai Caduti” di Gaglianico e quello dedicato all’ “Aviatore” a Vigliano Biellese.

In Museo si conservano altre due opere: “Il ratto”, una scultura in bronzo, donata da Bruno Blotto Baldo nel 1952, proveniente dalla sua personale collezione e il “Ritratto di Piero Bora”, artista biellese, morto giovane al fronte, donata dalla famiglia insieme ad altri dipinti e bozzetti.

12- Base e coperchio di lekanis, ceramica apula a figure rosse, fine IV secolo a.C., Collezioni Civiche

Nel mondo greco, la lekanis era un oggetto in terracotta appartenente al mondo femminile, come dimostrano i molteplici ritrovamenti in tombe muliebri. Conteneva monili o elementi per la cosmesi, funzione che doveva svolgere anche nella vita quotidiana, come piccolo scrigno per la bellezza.

Il mondo greco dell’Italia meridionale, la Magna Grecia, acquisisce questo costume dalla madrepartria e i ceramisti della Puglia, in un momento particolarmente fiorente (V-IV secolo a.C.), producono per un largo mercato questi prodotti di pregio molto amati dalle donne, nella caratteristica tecnica greca a figure rosse, ma arricchita da abbondanti sovraddipinture in bianco e giallo.

La base, spesso semplicemente verniciata di nero, era una sorta di coppa su piede, a due manici, con orlo adatto a ricevere un coperchio, il vero elemento decorativo e importante: più alto del contenitore, era caratterizzato da un vistoso pomello, che consentiva anche una facile impugnatura, ma soprattutto era depositario di una decorazione fortemente indicativa della destinazione d’uso.

I coperchi di lekanides infatti accolgono quasi sempre figure femminili e, nella seconda metà del IV secolo a.C., soprattutto teste femminili di profilo, tra palmette decorative. Le signore sono finemente “agghindate”: mostrano capigliature complesse, con capelli raccolti che in parte fuoriescono da una ricca retina (kekryphalos), e decorati con nastri, come nel nostro esemplare; talora compaiono anche orecchini e collane che ci introducono nella ricca moda femminile del tempo.

13- Le ceramiche orientali della Collezione Poma

Una tartaruga ninja d’antan? Un ultimo samurai? No!

E’ un minaccioso guardiano reale che decora uno dei due grandi vasi giapponesi acquistati da Giuseppe Poma e che, alla fine dell’Ottocento, venivano prodotti a Yokohama, destinati all’esportazione verso i mercati europei.

La coppia di vasi è stata donata al Museo nel 1953 alla morte di Maria Poma che insieme al marito Enrico Guagno dedicò la propria vita a collezionare dipinti e oggetti d’arte decorativa. Queste due opere furono acquistate dal padre ma passarono poi alla figlia che proseguì ad acquistare oggetti d’arte orientale, vetri, ceramiche e porcellane di diverse epoche e provenienze, fino a costituire una collezione raffinata ed eterogenea.

Se l’espressione del volto risulta certamente poco accomodante, notevole è la capacità con cui il ceramista è riuscito a renderla e restituire la fisicità di questo guardiano in procinto di sferrare un colpo al malcapitato che gli si fosse avvicinato troppo. I particolari della veste, finemente decorata con fiori rosso, oro e verde, stridono con la sua rude corpulenza, perdendosi in volute e svolazzi, su cui si arrampicano piccole figure, restituendo armonia all’oggetto, destinato a divenire un elemento di arredo per le ricche dimore signorili occidentali.

14- Skyphos con civetta, ceramica attica a figure rosse
seconda metà V secolo a.C

Da dove beve il latte il Ciclope Polifemo nel libro IX dell’Odissea?

Da uno skyphos (in greco σκύφος), una tipica e profonda coppa per bere con due piccole anse, solitamente orizzontali, impostate appena sotto l’orlo: la forma, che varia nel tempo, nasce nel IX secolo a.C. e si stabilizza nella ceramica corinzia (VII secolo a.C.) per poi durare fino all’età ellenistica.

In età classica, nel centro culturale più importante della Grecia, Atene, nell’ambito della produzione di ceramica a figure rosse, compaiono anse di forma diversa, una verticale e una orizzontale, e una decorazione evocativa del culto più importante della città: in una composizione centrale e frontale, la civetta tra rami d’ulivo.

Qualunque greco, che con lo skyphos non beveva certo il latte, ma vino aromatizzato durante il simposio, riconosceva in questi forti simboli la dea protettrice della città, la signora dell’Acropoli: Atena, che nella gara con Poseidone per il predominio sull’Attica colpisce la roccia con la sua lancia e fa nascere il primo albero di ulivo. La pianta illuminava la notte, medicava le ferite, curava le malattie e inoltre offriva prezioso nutrimento, donando benessere e pace a tutte le genti che lo avrebbero coltivato.

La civetta, o con termine desueto, la “nottola”, che accompagna, da Omero in poi, le rappresentazioni di Atena glaucopide (dagli occhi cerulei) nei miti dell’antica Grecia e di Minerva nei miti dell’antica Roma, è indiscusso simbolo della filosofia e della saggezza.

15- Alàbastron in alabastro, produzione egizia o egeo-orientale, fine VI-inizio V secolo a.C.

Il prezioso alabastron (in greco antico: ἀλάβαστρον, alàbastron) conservato in Museo è un tipo di vaso utilizzato nel mondo antico per contenere profumi o oli da massaggio. La sua origine è antica e certamente pregreca; prende il nome dal materiale, l’alabastro appunto, con cui era originariamente prodotto dai popoli che abitavano l’Africa mediterranea, da cui poi si diffuse nel mondo classico in produzioni ceramiche di stili diversi.

Che cosa lo rende particolare rispetto agli altri contenitori per unguenti?
La forma, di dimensioni ridotte, -il nostro esemplare non supera i 15 centimetri-, che consentono di tenere il vaso in una mano, il corpo longilineo e allungato, l’assenza di anse o la presenza di piccole prese sotto l’orlo, il collo abbastanza stretto da permettere al liquido di cadere goccia a goccia.

Molti esemplari, come il nostro, presentano inoltre orlo piatto, adatto a consentire l’applicazione degli oli direttamente sulla pelle, e base arrotondata, priva di piede, che implica una struttura di appoggio, talvolta realizzata in metalli preziosi, o due forellini per mezzo dei quali veniva fatta passare una cordicella che permetteva al vaso di essere appeso.

La conformazione dell’alabastron rispondeva ad esigenze particolari: era adatto a contenere liquidi particolarmente preziosi e rari e era un oggetto tipicamente maschile, come emerge dai luoghi di ritrovamento: tombe di guerrieri e atleti appartenenti all’aristocrazia greca, magno greca ed etrusca.

#IconsiglidiTaaset: i messaggi della mummia per vivere ai tempi del virus

1. Taaset vs Coronavirus_Il messaggio di Taaset

“Ciao bambini,
è da un po’ che non vi vedo, ma che fine avete fatto?
Ho chiesto vostre notizie qui in museo e mi hanno detto che uno strano virus vi sta facendo saltare gite e giorni di scuola.
Il museo vi aspetta come sempre a braccia aperte, ma per il momento pare dobbiate stare a un metro di distanza. La mia sala è vuota senza di voi ed è da un po’ che non sento fare quella fantastica domanda che tanto mi diverte “ma è una mummia vera?”
Per fare in modo che presto possiate riabbracciare le vostre maestre, i vostri compagni e tornare da me al Museo, ci sono dei trucchetti semplici ed efficaci. Io ovviamente ho utilizzato le mie lettere colorate che voi dovrete decifrare. Tranquilli avrete a disposizione il mio alfabeto. Siete pronti? Si parte!
La vostra Taaset

Ecco i 5 consigli da scaricare e tradurre per battere il Coronavirus:





2. Taaset in cucina_Il messaggio di Taaset

“Ciao bambini,
eccomi di nuovo da voi, questa volta con dei consigli speciali per divertirvi in cucina. Prima però, nella prima scheda, una lezione sui numeri – tranquilli, niente addizioni o sottrazioni – per poi realizzare una ricetta speciale: il pane alla birra. Seguite attentamente tutti i passaggi e…buon appetito!
La vostra Taaset”

Ecco i 5 passaggi da scaricare per realizzare il pane alla birra secondo la ricetta della mummia.

Tante nuove iniziative social per il Museo

Il Museo del Territorio Biellese, nel rispetto delle direttive in tema di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, consapevole della necessità di rispettare le buone prassi, non vuole abbandonare i propri utenti e per questa ragione ha deciso di avviare una serie di azioni culturali al servizio del cittadino che lo mettano in contatto con il patrimonio museale, pur rimanendo all’interno delle mura domestiche.

Lo staff del museo ha immaginato 4 iniziative social che, attraverso approfondimenti, curiosità, giochi e consigli, permetteranno di tenere viva l’attenzione sul Museo nonostante la chiusura, utilizzando l’hashtag #museichiusimuseiaperti.

Prima iniziativa

destinata agli adulti con la realizzazione di post dedicati alle sezioni presenti in Museo: opere d’arte e reperti esposti nelle collezioni Storico-Artistiche e Archeologiche saranno presentati agli utenti in maniera approfondita raccontandone storia, tecniche e curiosità.

Seconda iniziativa #IconsiglidiTaaset

gioco dedicato ai bambini, cuore pulsante del Museo: attraverso i suoi geroglifici la mummia del Museo scriverà virtualmente ai piccoli visitatori 5 consigli per vivere ai tempi del CoronaVirus che dovranno essere tradotti con l’utilizzo di un alfabeto gerogliflico egizio.

Terza iniziativa #VelisveliaAmo

pensata per valorizzare le opere al momento non esposte nel percorso di visita, ma conservate nei depositi. Quindi alcuni post “sveleranno” al pubblico opere inedite accompagnate da un approfondimento che completa l’opera stessa.

Quarta iniziativa #unmuseotantestorie

coinvolge adulti e bambini attraverso la realizzazione di alcuni percorsi on-line dedicati a diverse tematiche: le spezie, il colore, il Collezionismo, lo sport, la spiritualità. Post di approfondimento, schede didattiche e consigli di lettura si alterneranno per permettere a grandi e piccini di scoprire l’arte e la storia.

Per scoprire tutte le iniziative del Museo seguite i canali social
Facebook – Museo del Territorio Biellese
Instagram – museobiella
Twitter – MuseoBiella

#8marzo al Museo

In occasione della “Festa della Donna 2020”, le donne avranno diritto all’ingresso gratuito alla sale espositive del Museo. Una promozione valida per tutta la settimana, da mercoledì 4 a domenica 8 marzo, in cui le visitatrici potranno scoprire gratuitamente le collezioni museali.

ORARI DEL MUSEO:
• mercoledì: 15-18.30
• giovedì e venerdì: 10-12.30 / 15-18.30
• sabato: 15-18.30
• domenica: 10-12.30 / 15-18.30

Mostra “Biella – scorci di vita urbana” di Giorgio Marinoni

Il Museo ospita dal 2 febbraio all’8 marzo 2020 la mostra personale di Giorgio Marinoni dal titolo “Biella – scorci di vita urbana”. Il paesaggio cittadino, i palazzi, i centri storici, la vita urbana e la sua gente, attraverso gli acquerelli dell’artista pollonese.
Inaugurazione sabato 1 febbraio ore 16

Mostra a cura di Gian Mario Tha.

Orari: venerdì e sabato 15-18.30, domenica 10-12.30/15-18.30. Ingresso gratuito.

1 MARZO MUSEO CHIUSO AL PUBBLICO

In adesione a quanto previsto dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 25 febbraio 2020 (GU n.47 del 25.02.2020), si comunica che domenica 1 marzo il Museo e la mostra “Biella – Scorci di vita urbana” rimarranno chiusi al pubblico

–CHIUSURA TEMPORANEA DEL MUSEO–

Si comunica che, in ottemperanza all’Ordinanza contingibile e urgente n. 1 del Ministro della Salute di intesa con il Presidente della Regione Piemonte – Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-2019-, il Museo del Territorio Biellese e la mostra “Biella – Scorci di vita urbana” rimarranno chiusi fino al 29 febbraio compreso